mercoledì 15 dicembre 2010

Ancora sul Castello di Milano




Ancora sul Castello di Milano
Così recita l’architetto Giuseppe de Finetti nel suo libro riguardante la città di Milano: «Il pensiero di ricostruire le architetture del passato è ingenuo e vano; tutto il secolo scorso ci conferma la vanità dell’opera dei “fedeli ripetitori dell’antico”. L’antico non si ripete perché l’opera d’arte non si ripete, essendo valida la definizione per contrario secondo la quale l’opera d’arte cessa di essere se tu ne muti o vi aggiungi una parte. Già Leon Battista Alberti mostra di quanto male sono cagione quelli che mettono mano alle opere di altri architetti e li chiama invidiosi importuni, che le cose incominciate da altri depravano, guastano e finiscono male» (De Finetti G., Milano. Costruzione di una città, Cislaghi G., De Benedetti M., Marabelli P. (a cura di), Etas Kompass, Milano 1969, p. 436).
Per quanto riguarda il Castello di Porta Giovia, meglio conosciuto come Castello Sforzesco, occorre ribadire alcune cose. Certamente, demolire internamente il rivellino tre-quattrocentesco di Porta Vercellina per piazzarci un grande ascensore non è quella che suol dire «un’idea brillante». Inoltre, realizzare sulla parte più alta dei muri di cortina del Castello un ristorante di lusso non può che aggravare ulteriormente lo stato architettonico e culturale del monumento medievale. Monumento che si cerca di fare passare come quasi interamente ricostruito nel XX secolo. Cosa falsa, per fare passare più facilmente altri interessi. Non parliamo poi dello stato dei suoi sotterranei, sui quali penne incompetenti hanno scritto in questi ultimi anni. Che fare? Perché rimanere inerti innanzi al quotidiano scempio delle nostre radici, della nostra cultura ad opera d’imbonitori di folle?

Gianluca Padovan (Associazione S.C.A.M.)

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